P R O T E Z I O N E  C I V I L E   B E L L I Z Z I
     
 "L'Italia è impreparata ad un'eventuale Big One"
nel nostro Paese anche piccole scosse possono fare disastri

Giovedi 19 Agosto 2010 - Attualità
L'Istituto per le scelte ambientali e tecnologiche (Isat), ha appena realizzato uno studio su come l´Italia si è attrezzata per affrontare un possibile, anzi probabile "Big One". L´ex senatore radicale Mario Signorino, oggi presidente dell'associazione, spiega che in Italia, per poter parlare di "Big One" basterebbe un terremoto di magnitudo 7 in una città di più di duecentomila abitanti, oppure, una raffica di scosse meno devastanti ma geograficamente vicine tra loro: "se ciò dovesse prodursi in città come Catania, Reggio Calabria o Napoli, assisteremmo a situazioni simili a quelle di Haiti, con decine di migliaia di morti, con leggi speciali per consentire all´esercito di sparare sugli sciacalli e con la cancellazione di tutte le infrastrutture del luogo". Leggendo il rapporto dell´Isat, la prima cosa che risulta evidente è che nel nostro paese non solo non esistono strategie di prevenzione sismica, ma non si è nemmeno mai parlato seriamente a livello politico dell´eventualità di un grave terremoto e di come poterne limitare le conseguenze. Eppure, negli ultimi mille anni, l´Italia è stata funestata da una trentina di terremoti di alta magnitudo, che hanno colpito per lo più le regioni meridionali, in primo luogo la Calabria, poi la Campania e la Sicilia. Duemila anni di Storia hanno lasciato in eredità all'Italia un'eredità preziosissima ma difficile da tutelare: 40.000 palazzi d´epoca, 20.000 castelli, 2.100 siti archeologici, 30.000 archivi, 4.150 musei, 85.000 chiese e quasi 8.000 centri storici; a questi vanno aggiunte più di 1.000 costruzioni che contengono sostanze potenzialmente pericolose, tra cui 300 stabilimenti chimici o petrolchimici, 265 depositi di gas, 157 depositi di oli minerali, 87 depositi di esplosivo.

Come si evince dal rapporto Isat: "La vulnerabilità italiana è dovuta al fatto che la maggioranza dei nostri centri urbani è stata edificata senza l´applicazione di criteri antisismici. Lo stesso vale per gran parte del patrimonio edilizio, architettonico e culturale, degli edifici e delle opere strategiche che possono subire danni gravissimi da terremoti anche modesti". Gli studiosi concordano nel dire che il terremoto del 1908 a Messina, che costò la vita ad oltre 90.000 persone, fu così disastroso a causa delle pessime condizioni edilizie dell´epoca prevalenti in Sicilia. Secondo uno studio dell´Università di Messina, se un sisma della medesima intensità dovesse verificarsi oggi, oltre la metà degli edifici verrebbe danneggiato e le vittime potrebbero essere decine di migliaia. Lo stesso vale per il terremoto nella regione di Catania del 1693, perché la regione è adesso venti volte più popolata di allora.

Nel Settecento, numerose cittadine dell´arco appenninico furono distrutte da una quindicina di terremoti di intensità medio-alta. Al proposito Signorino afferma che: "La messa in sicurezza di un paese non è un´utopia, ma un obiettivo che si può e si deve e si perseguire, come avviene, per esempio, in Giappone e negli Stati Uniti. Eppure da noi non c´è uomo di governo che pensi alla prevenzione o che stabilisca quali opere mettere in sicurezza". Se è innegabile che i costi e i tempi per realizzare queste strategie cautelative sono immensi, per un´opera la cui realizzazione si rivelerebbe ultra decennale, è pur vero che , prima o poi, qualcuno dovrà pure farlo. Partendo dai fondi stanziati per i terremoti del Belice, dell´Irpinia, del Friuli e dell´Umbria-Marche, che sono tutti avvenuti in aree non densamente popolate, gli esperti hanno valutato che il costo medio per la ricostruzione di un chilometro quadrato è compreso tra 60 e 200 milioni di euro, e quello di un singolo comune tra 270 e 1.400 milioni di euro. Sempre secondo il rapporto dell´Isat, il costo per la ricostruzione del terremoto dell´Aquila dovrebbe aggirarsi attorno ai 20 miliardi di euro.

I terremoti più recenti, compreso quello abruzzese, sono avvenuti in aree a bassa densità abitativa, mentre in città come Catania o Messina i costi per la ricostruzione lieviterebbero a tal punto che gli esperti si chiedono quanta parte di quei costi saranno un giorno sostenibili da parte dello Stato. È stato inoltre calcolato che la spesa di una ricostruzione post-terremoto è almeno tre volte superiore a quello di un "adeguamento" sismico, consistente nel rinforzare le strutture portanti del costruito o intervenendo isolando l´edificio dal terreno sottostante con l´uso di gigantesche molle sotto la fondazione, in modo da "separare" il movimento della struttura in caso di terremoto e provocare oscillazioni meno distruttive. L´Italia, paradossalmente, è un grande esportatore della rivoluzionaria tecnologia dell´"isolamento" sismico, sebbene in casa propria ne faccia scarso uso.

Dopo il sisma dell´Irpinia, che raggiunse magnitudo 7, non c´è più stato un grosso terremoto in Italia. Quello dell´Aquila, ad esempio, è stato trentatré volte più debole. Oggi, in Giappone, in Corea del Sud e in California, simili scosse provocano soltanto poche vittime, mentre in Italia gni volta si produce un´ecatombe e uno sfacelo di macerie (In Giappone per un terre,oto come quello abruzzese, si sarebbero registrati pochi danni). Agli abitanti di Tokyo e Osaka vengono consegnati ogni anno zainetti con il kit anti-sismico, da noi nvece le esercitazioni per evacuare una zona a rischio si fanno solo raramente e, quando avvengono hanno il sapore della farsa. È come se nei confronti della minaccia sismica gli italiani fossero ancora molto impreparati, o molto fatalisti, come accade anche per le altre calamità naturali. 

 

 

 

Los Angeles: il "Big One" è già in ritardo
Le analisi che la sismologa Grant Ludwig ha condotto con l'università di California nel Corrizo Plain, rendono obsoleti gli ultimi studi risalenti agli anni settanta

Lunedi 23 Agosto 2010 - Esteri
Los Angeles fa da sempre i conti con l'incubo del "Big One", un terremoto tanto potente da devastare la città, che ospita 4 milioni di persone, e non più 4.000, come quando un terremoto di grande magnitudo colpì la zona l'ultima volta. Tutta la California, sorge infatti sulla faglia di Sant'Andrea (San Andreas) che divide la placca nordamericana da quella pacifica. Attualmente è considerata la zona della terra con maggiore rischio sismico. Quando questa catastrofe avverrà, nessuno sa dirlo con certezza, ma i nuovi studi della sismologa Lisa Grant Ludwig , pubblicati da "Geology", certamente non aiuteranno gli abitanti a dormire sonni tranquilli. Certo in California il sistema di controlli e allarmi è precisissimo e l'ultima prova generale del disastro, svoltasi un paio di anni fa, ha visto la perfetta simulazione dei piani di evacuazione in tutto lo Stato. Le previsioni vengono però fatte sullo studio del terreno, e gli ultimi disponibili risalivano agli anni '70: quando gli scienziati giunsero alla conclusione che i terremoti nella faglia di Sant'Andrea, il fulcro della placca nordamericana, si ripetevano ogni 250-400 anni.


Gli ultimi studi condotti hanno però fatto rivedere tale cronologia
: un terremoto catastrofico si ripete nella faglia di Sant'Andrea in un lasso di tempo che va dai 45 ai 144 anni; l'ultima volta fu nel 1857: 153 anni fa. Conti alla mano, sarebbe già "in ritardo". Lisa Grant Ludwig, con i suoi studi, sta già facendo tremare i cittadini californiani: "Se volete che qualcuno vi dica quando ci sarà il prossimo terremoto basta dare un'occhiata a queste cifre". La sismologa ha condotto delle analisi in profondità con l'università di California nel "Corrizo Plain", distante appena 100 miglia da Los Angeles: risalendo alle "tracce" degli sconquassamenti della terra si è riusciti a ricostruire una nuova cronologia in questo particolare punto della faglia: 1417, 1462, 1565, 1614, 1713. Il Big One del 1857,fu di 7.9 gradi di magnitudine della scala Richter. Fu così devastante che in tre minuti provocò in alcuni punti la liquefazione del terreno: nella zona di Stockton gli alberi "annegarono" nella terra. L'ipotesi di quello che potrebbe accadere oggi fa gelare il sangue, come spiega Kelly Huston, segreteria della Protezione civile a Los Angeles: "Vedreste i palazzi crollare, la gente intrappolata, le autostrade collassare: distruzione dappertutto". La notizia però, come ricorda il geofisico Ken Hudnut: " ci deve far ricordare le attività base di prevenzione". Inoltre vi è la "consolazione" che, come ricorda la stessa Grant Ludwig, non tutti i terremoti della sequenza sono stati così disastrosi, toccando il massimo di 7.9 e il minimo di 6.5. Il "Big One" è da sempre l'incubo peggiore della California, ma fino adesso la paura era stata esorcizzata dal dubbio che la faglia fosse entrata in una fase di "riposo", ma già il terremoto di Haiti all'inizio dell'anno aveva riacceso i timori: la faglia di Enriquillo, quella che si è aperta sotto Port Au Prince, è infatti proprio quella che mette in comunicazione la placca caraibica con la faglia di Sant'Andrea.

 

 

 

 

 

fonte: ilgiornaledellaprotezionecivile.it
 

 

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